Il docufilm

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Lavorare non è esatto è il docufilm realizzato da Federico e Claudio Strinati che racconta le ramificazioni della personalità di Mario Lattes artista e politico, immerso in una dimensione poetica e introspettiva altrettanto forte rispetto a quella pubblica dell’editore, dell’organizzatore culturale, dell’autore di quadri e incisioni.

L’opera, impreziosita dalle interviste degli studiosi della sua produzione e di chi lo ha conosciuto è stata presentata a Monforte d’Alba nell’autunno 2023, mentre una versione ridotta è stata mostrata in primavera nell’ambito della mostra alla Reggia di Venaria Mario Lattes. Teatri della memoria.

Sinossi
L’umorismo amaro. Il pessimismo. La lontananza. Sono forse i punti cardinali che possono aiutarci a comprendere la psicologia, la capacità narrativa e la poetica di Mario Lattes. Una bussola che ci porta verso l’ossessione, il fil rouge che accompagnerà la creatività di Lattes fino alla fine. Un fil rouge che vuole essere il bandolo della matassa della stesura filmica: la nostalgia per ciò che si è dovuto lasciare, che non c’è più se non nella memoria. Il male assoluto. La morte e la natura. L’amore che passa crudelmente e infine l’esilio.

Nel 2015 ha visto la luce Il Ghetto di Varsavia, pubblicazione postuma della tesi di Laurea del Maestro. La presentò nel 1960 e aveva 37 anni. Un’età cospicua per quei tempi, ancor di più se si pensa al suo immediato passato in quegli anni. Recente ma lontanissimo nella sua Torino non ritrovata. La Torino che aveva vissuto prima del conflitto e dove era tornato a 23 anni. La guerra, la fuga dalle leggi razziali, l’arrivo nel Lazio e a Roma. Si unisce alle truppe alleate come interprete, un fatto non banale.

Partiamo da qui, da Roma. Un focus importante del film è il periodo della guerra con la presenza di Lattes nella capitale e soprattutto a Rieti. Per costruire adeguatamente una parte del film dobbiamo e vogliamo cercare testimonianze scritte e documentarie: recandoci sul posto a Rieti, intervistando storici e esperti che ci permettano di collegare la tesi di laurea sul ghetto di Varsavia al lungo periodo formativo del giovane Lattes. La sua tardiva laurea è un episodio determinante per la comprensione del soggetto e il film deve ricostruirne la vicenda anche attraverso una plausibile ricostruzione delle sue brillanti competenze. Ciò per esplorare un aspetto narrativo del tutto nuovo e inedito permettendo di far conoscere sfaccettature di Lattes fino ad oggi poco note.

Il nostro film, infatti, vuole essere storico ancorché incentrato sulla figura di un artista la cui poetica per contrappunto deve essere rimarcata con vigore. Un punto interconnesso con la potente coscienza civile e politica dell’autore.

Vogliamo raccontare il Mario Lattes artista e politico, immerso in una dimensione poetica e introspettiva altrettanto forte rispetto a quella pubblica dell’editore, dell’organizzatore culturale, dell’autore di quadri e incisioni sovente, appunto, di altissima qualità.

In questo senso, il percorso Roma – Torino sarà inteso nella stesura filmica come una trasfigurazione narrata attraverso l’uso dei piani sequenza, alternando il bianco e nero e il colore, dove il movimento di camera vuole essere il contrappunto alla narrazione parlata.

L’uso della voce fuori campo, nel costante dialogo con la stesura della colonna sonora originale, sarà importante e pensato nella più stretta connessione tra la ricostruzione storica e il dialogo serrato con le opere e i luoghi del Maestro.

Non una sequenza di interviste quindi. Non una sequenza cronologica di luoghi, non una operazione di divulgazione culturale acritica. È nell’amore e nella insofferenza dei luoghi che cercheremo la poesia, così forte e rimarcata in tutte le stesure del Maestro.

Un percorso nella memoria a ritroso, avanti veloce e viceversa, che ci porterà con spirito indagatorio a scrutare Mario Lattes nella sua Torino.

La Torino dove “la pietra dei marciapiedi non risuona più / non c’è più tenerezza nelle mani / sulle ringhiere di ferro / di scale e ballatoi / e ciò che gli aveva insegnato / essa l’ha dimenticato”.

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