Lectio magistralis di Margaret Atwood, Premio Speciale Lattes Grinzane 2021

Lectio magistralis di Margaret Atwood, Premio Speciale Lattes Grinzane 2021

“Raccontare storie”

Lectio magistralis di Margaret Atwood

in occasione del conferimento del Premio Speciale Lattes Grinzane 2021

(Traduzione di Guido Calza)

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Care signore e cari signori,

grazie per essere qui oggi. Sono così contenta!

Ricevere questo prezioso premio è un onore e un piacere. All’inizio ero preoccupava che il viaggio fosse troppo impegnativo, ma poi mi sono lasciata allettare da Matteo Columbo di Ponte alle Grazie, che spesso mi coinvolge in avventure sconsiderate e poco adatte a una persona della mia età. È anche un mago, e se durante un tour promozionale c’è qualche momento di noia, lui è sempre pronto a farti uscire una banana dall’orecchio.

I maghi sono artisti dell’illusione, e altrettanto sono i romanzieri, perciò spero sempre di imparare da lui qualche trucco.

È un’emozione trovarmi in questa regione dell’Italia, così vicino a dove Annibale attraversò le Alpi con gli elefanti nel III secolo a.C. Che meraviglia dev’essere stato alzare gli occhi dalla colazione e vedere un mucchio di Cartaginesi armati, più un plotone di elefanti, spuntare improvvisamente dal nulla! Soprattutto se di elefanti non avevate mai sentito parlare! Immagino che serbiate un vivido ricordo dell’evento.

Ah no? Non c’eravate? Non siete vecchi di duemilacinquecento anni? Oh. Allora questo episodio su Annibale dovete averlo appreso da un racconto. E quel racconto poteva definirsi Storia – nella cui veridicità dovremmo credere – o opera di fantasia, che dovrebbe essere fedele ma in un altro modo. Fedele alla vita, e fedele all’arte. In un caso e nell’altro, il racconto coinvolge specifici personaggi – Cartaginesi, signore del ceto medio, elefanti, orfani, hobbit, vampiri, Gargantua, Cappuccetto Rosso, il dottor Spock del pianeta Vulcano – che vivono gli eventi in un determinato ordine, sempre comprensivo di un inizio, una parte centrale e una fine.

Esistono molti tipi di storie, e molti modi per organizzarle – per raccontarle, come si dice, o per scriverle, che in genere è quello che intendiamo ai nostri giorni. È delle storie e delle loro variazioni che proverò a parlarvi oggi.

Durante gli ultimi due anni di Covid ho dedicato molto tempo alle storie scritte in Italia. Ad esempio, ho partecipato a un progetto sulla Divina Commedia, in cui molti scrittori di tante lingue diverse leggevano il poema epico in traduzione, per poi discutere il canto che avevano scelto e il significato che Dante aveva per loro. Io e il mio amico Alberto Manguel ci siamo divisi l’ultimo canto dell’Inferno – io ho letto fino alle tre facce di Lucifero, e lui il finale, in cui Dante e Virgilio si arrampicano sulle cosce pelose di Satana e seguendo un ruscello escono dall’inferno sulla superficie terrestre, a riveder le stelle – e questo è il posto giusto per mettersi a parlare di storie, di chi le narra e di chi le scrive.

In un certo senso, il procedere dell’Inferno assomiglia alla scrittura e alla lettura di un romanzo. Si comincia (prima l’autore, poi il lettore) nelle tenebre, in un bosco intricato. Non sappiamo dove siamo né cosa stia succedendo. Poi incontriamo una porta – chiamiamolo il primo capitolo. Se siamo scrittori e stiamo iniziando a scrivere un libro, ci domandiamo: funzionerà? Se siamo lettori che cominciano a leggerne uno, magari ci domanderemo: vado avanti? Il primo compito dello scrittore è attrarre il lettore al di là della porta e oltre le prime cinque pagine. Se non si riesce a far questo, poi non succederà più niente, e quel lettore non leggerà mai le vostre incredibili intuizioni sulla vita, l’amore e la natura dell’universo.

Dante è lo scrittore. Sta scrivendo l’Inferno. Ne è anche la voce narrante: la star, si potrebbe dire. Noi proviamo le sue sensazioni, cogliamo i suoi pensieri, viaggiamo insieme a lui. Ma Dante non è l’unico a intraprendere il viaggio. Per sua fortuna c’è una guida spirituale. Questa persona è Virgilio, autore dell’Eneide, che la vostra attuale narratrice – io – ha studiato al liceo e tentato di tradurre. Non ero tanto brava, e forse è per questo che ne ricordo molto chiaramente alcune parti.

Come saprete, il poema epico contiene una discesa agli Inferi. Anche Enea ha una guida – la Sibilla Cumana – ed è un bene che ce l’abbia, perché, come dice lei – sto parafrasando – all’Inferno è facile andarci, ma è difficile venirne fuori. Enea scende nell’Averno e vede molte cose orripilanti e educative; mentre il suo autore, Virgilio, descrive tutto per noi. È come se fosse lì. (Con gli scrittori più bravi è questo che succede: è come se ci fossero. E se ci sono loro, può esserci anche il lettore).

Per l’incontro del suo eroe con i defunti, anche Virgilio aveva un modello da seguire: il passo dell’Odissea in cui Ulisse riempie di sangue una fossa, evoca le anime dei morti e consulta una guida spirituale, ossia il veggente Tiresia. Una storia diventa un’altra storia, che diventa un’altra storia ancora. Noi narratori raccontiamo storie, sì; creiamo cose nuove, ma spesso i materiali che riplasmiamo sono antichissimi.

Dunque è per questo che Dante ha come guida spirituale l’autore dell’Eneide, per il quale nutre grande ammirazione: Virgilio nell’Inferno c’è già stato. Conosce il territorio. Dante è in buone mani: Virgilio lo farà arrivare in fondo sano e salvo, eviterà che venga sbranato da mostri o affoghi nei laghi e così via, e si assicurerà che possa risalire nel mondo dopo essere uscito dall’Inferno.

Ogni lettore di un libro è un Dante che si immerge nelle tenebre. Poi appaiono spettacoli mirabili – è nostra speranza che siano mirabili – e si verificano fatti emozionanti – è nostra speranza che lo siano – e si manifestano verità in merito alla natura umana – è nostra speranza che siano vere. Il tutto si svolge in un linguaggio inventivo e sorprendente – è nostra speranza che il linguaggio sia inventivo e sorprendente.

E ogni scrittore di romanzi è un Virgilio per il Dante lettore. È compito di chi scrive guidare il lettore nell’inferno – o forse solamente nell’intreccio, che può essere quello di una commedia, benché nessuna commedia sia priva di equivoci o disavventure per i personaggi – pur consentendo a chi legge di porsi le sue domande e arrivare alle proprie conclusioni. «Entrate in questo libro» promette tacitamente lo scrittore. «Incontrerete tipi interessanti, alcuni si comporteranno male – rimarreste alquanto delusi se tutti si comportassero bene –; vivrete delle avventure e forse addirittura vi spaventerete, ma sarà mia cura trarvi in salvo. Non vi lascerò intrappolati all’inferno».

Anche se, per inciso, restare intrappolati all’inferno potrebbe essere più interessante che restare intrappolati in paradiso. Come diceva scherzosamente Mark Twain: il paradiso per il clima, l’inferno per la compagnia. E questo, cari Lettori, è il motivo per cui è più facile scrivere distopie, su società in cui non ci piacerebbe vivere, che scrivere di utopie – di società perfette. Siamo ben consapevoli delle malvagità di cui sono capaci gli esseri umani, con tutti gli esempi che ci forniscono la Storia e gli organi di informazione, ma non è facile credere nella perfettibilità della natura umana o della società. Abbiamo avuto troppe prove del contrario. Il che non significa che le cose non possano essere migliorate. Ma fino alla perfezione? È discutibile. In ogni caso, quello che per qualcuno è un essere umano perfetto è, per un altro, un noioso coinquilino, e per un altro ancora un intollerabile mostro di rettitudine, e per un altro ancora un robot da compagnia pieno di tatto. Jonathan Swift, nei Viaggi di Gulliver, creò effettivamente alcuni esseri dalla morale impeccabile. Però erano cavalli.

E le guide spirituali dello scrittore? Tutti noi romanzieri e poeti abbiamo una, due, o parecchie guide di tal fatta – tanti Virgili, se volete. In genere sono i libri che abbiamo letto. Quel che l’Eneide è per la Divina Commedia, per il nostro lavoro sono i libri che fungono da guida spirituale. Di solito sono quelli che abbiamo letto da giovani, anche se non si può mai sapere quando nella tua vita comparirà un altro libro che lascia il segno. Io sto scoprendo, alla mia età, di essere stata una guida spirituale ormai per molte giovani scrittrici, o almeno così mi dicono. Appaio nei loro sogni e fornisco significativi presagi. Spesso indosso abiti esotici o vesti bianche. Però non mi è ancora spuntata l’aureola. Ho pensato che vi avrebbe fatto piacere saperlo.

Di recente sono stata consultata in merito al sogno di un’altra scrittrice. Vi comparivano un bell’uomo somigliante a un giovane Tennyson e la parola NAUTILUS visibile sott’acqua. Cosa mai poteva significare quel sogno? Chi fra voi ha letto molto riconoscerà immediatamente la risposta. Si chiama NAUTILUS il sottomarino del romanzo di Jules Verne Ventimila leghe sotto i mari. Il bell’uomo doveva essere il Capitano Nemo, protagonista del libro – e geniale inventore, fra l’altro. Il senso del sogno era che l’autrice – che si era appena imbarcata nella stesura di un’opera nuova e impegnativa – stava per immergersi nell’oltretomba, e come tutti quelli che vi si tuffano o vi scendono, sperava di scoprire dei tesori. Il Capitano Nemo era la sua guida spirituale, e rappresentava la creatività, il valore e l’audacia.

Capitano Nemo ha preso il nome da un viaggiatore più antico – Ulisse, che proprio quel nome si era dato – Nemo, cioè Nessuno – mentre furtivamente sfuggiva al ciclope monocolo. Ulisse è una figura ambigua: racconta un mucchio di frottole e Dante non lo vede affatto di buon occhio, anche se per uno scrittore è senz’altro un bene avere per guida spirituale un bugiardo, poiché l’arte della finzione consiste nel mentire in modo lecito e convincente – e Nemo è un nome ambiguo, e Capitano Nemo e un personaggio ambiguo. Per certi versi ammirevole, per altri deplorevole. Parecchio interessato alla vendetta, tanto per fare un esempio – come molti scrittori, che hanno detto di scrivere per farla pagare a chi aveva fatto loro del male a scuola. Anche se altri dicono di scrivere per giustificare all’Uomo le vie del Signore. In effetti, l’unico scrittore di mia conoscenza che sia riuscito a fare entrambe le cose è proprio Dante, che si è vendicato di quelli che a Firenze gli avevano fatto del male, e ha pure giustificato le vie del Signore all’uomo, nonché le vie dell’oggetto d’amore perduto, Beatrice, a sé stesso. Ma questa è un’altra storia.

Torniamo alla mia esplorazione di Dante nel periodo del Covid. È stata condotta su Zoom, come potete ben immaginare – io a Toronto, Alberto Manguel in Portogallo. Queste sono le meraviglie della modernità: si può stare in un posto senza esserci per davvero. Gli autori medievali scrivevano spesso poemi e storie che erano visioni oniriche: andavano nel regno delle Fate, o nella casa delle Voci, e tornavano a raccontarcelo. Lo storico Carlo Ginzburg, nato qui, a Torino, nel mio stesso anno – il 1939 – e dev’esser questo il motivo per cui nutriamo entrambi un tale interesse per le streghe, essendo il 3 e il 9 due numeri che alle streghe piacciono molto – ha descritto questo genere di viaggio nel suo eccellente Storia notturna. Una decifrazione del sabba. Ecco cosa dice:

«Raccontare significa parlare qui e ora con un’autorità che deriva dall’essere stati (letteralmente o metaforicamente) là e allora. Nella partecipazione al mondo dei vivi e a quello dei morti, alla sfera del visibile e a quella dell’invisibile, abbiamo già riconosciuto un tratto distintivo della specie umana. Ciò che si è cercato di analizzare qui [cioè i viaggi notturni di fate, streghe e sciamani in altri mondi] non è un racconto tra i tanti ma la matrice di tutti i racconti possibili».

In altre parole, qualsiasi narrazione è una specie di viaggio sciamanico. Si lascia il proprio corpo per entrare in un altro luogo e un altro tempo, si riporta indietro la storia e la si colloca nel qui e ora – in cui il lettore legge o l’ascoltatore ascolta.

Il viaggio di Dante nell’oltretomba rientra fra quanto discutevo con l’immagine spettrale di Alberto Manguel sullo schermo del mio computer, tramite la piattaforma stregata di Zoom. Può darsi che Zoom sia una forma moderna del venir trasportati da un’aquila, o di oltrepassare una porta su cui è scritto Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate? Una conversazione su Zoom è l’equivalente dell’Inferno? Era una battuta, Zoom, non fatemi causa.

Ma a proposito di speranza: gli scrittori non la perdono mai, almeno finché continuano a scrivere. Avete notato quante volte ho usato questa parola, mentre parlavo dell’entrata dello scrittore nella stesura di un libro? Per quanto possa essere lugubre e pessimistico il contenuto di uno scritto, l’atto stesso di scrivere è intrinsecamente pieno di speranza, perché dà per scontata la presenza di un futuro lettore. Anche chi scrive diari in codice presuppone un simile lettore. Altrimenti perché scriverli, o perché non bruciarli? Lo scrittore e il lettore si trovano sempre in momenti diversi: scrivere è l’azione magica di scagliare la propria voce al di là di un vuoto, quello che separa l’atto di scrivere dall’atto di leggere. Il vuoto può essere esiguo – io scrivo un’email e voi potete leggerla lo stesso giorno – o vastissimo – il poeta Ovidio scrive le Metamorfosi più di duemila anni fa, io le leggo nel 1957 –, però lo scarto temporale esiste sempre. Il cantante lirico che si esibisce dal vivo è sempre nel medesimo tempo e luogo di coloro che lo ascoltano. Lo scrittore che scrive – a differenza del cantastorie o del bardo – non lo è mai. I cantastorie modificavano i racconti via via che li esponevano, secondo le esigenze o le reazioni del pubblico. Capivano quando gli ascoltatori erano annoiati, impauriti, offesi o c’erano buone probabilità che li tempestassero di verdure marce. Chi scrive libri non può accedere altrettanto facilmente al lettore, men che meno mentre avviene la scrittura.

E lo scrittore non può nemmeno prevedere chi lo leggerà, o quando. Ovidio sapeva forse che avrei letto il suo poema duemila anni dopo, nel futuro? Certo che no. Forse sarebbe rimasto costernato, se nel futuro avesse visto me, adolescente. Non solo costernato, ma anche alquanto perplesso. Cos’era quel codice che tenevo in mano? Per scrivere sul serio si usa il rotolo! Cos’erano quegli strani abiti che indossavo, quegli shorts? Un’indecenza! Perché mi si vedevano le gambe? Che scandalo! E quella luce elettrica? Spaventosa, una luce venuta dal nulla, invece che da una lampada a olio o una candela! Cos’era quella macchina da scrivere? Un aggeggio magico, diabolico! E il telefono? Una voce che veniva dall’aria: senz’altro una stregoneria!

Peggio: come poteva essere che io, una femmina non aristocratica, una barbara che parlava una lingua mai sentita – e, in quanto femmina barbara, per definizione capace solo di guaiti e ululati animaleschi, e non di pensiero razionale – com’era mai possibile che sapessi leggere? Una come me non avrebbe mai potuto capirlo! Che disastro!

Riposa in pace, caro Ovidio. Le tue storie sono in buone mani. O abbastanza buone. E io ritengo di capirti benissimo. O abbastanza bene. Ed è il massimo che si possa auspicare per un lettore.

La più recente iterazione dello scarto temporale fra la scrittura e la lettura è la Future Library of Norway. La biblioteca è venuta alla luce da poco. Partorita dalla mente di Katie Paterson, un’artista scozzese, è una riflessione sulla natura del tempo.

A nord di Oslo, è stata piantata una foresta che crescerà per cent’anni. Ogni anno, un autore di qualsiasi paese o lingua nel mondo fornirà un testo segreto, composto di parole – senza immagini. Un’unica parola, un racconto, un saggio, un romanzo, una poesia, una lettera, una lista della spesa: purché sia fatto di parole. L’autore non può rivelare nulla del testo, a parte il titolo. Possono esisterne soltanto due copie cartacee, che verranno consegnate alla biblioteca nel corso di una cerimonia nel bosco. Ogni altra copia o stesura verrà distrutta. Ci saranno inoltre due copie digitali – che sarà necessario riprodurre ogni cinque anni, perché la tecnologia cambierà, mentre la carta dovrà essere adatta all’archiviazione, per evitare che il testo si disintegri. A cent’anni dall’inizio del progetto, nato nel 2014, verranno aperte le cento scatole e svelati i testi segreti, e dagli alberi cresciuti nella foresta si produrrà la carta per stampare l’antologia della Future Library of Norway.

Sono stata invitata per prima a contribuire alla Biblioteca. Da piccola seppellivo in giardino delle biglie di vetro nei vasetti, sperando che qualche altro bambino in futuro le scovasse, perciò ho accettato volentieri la sfida. Ho scritto il mio testo. Ho prodotto le copie richieste. Al momento stabilito sono andata in Norvegia. Avevo con me il testo segreto in una scatola chiusa da un nastro blu. Temevo che i doganieri norvegesi mi domandassero cosa conteneva, al che avrei dovuto rispondere «Non ve lo posso dire» e a quel punto mi avrebbero arrestata, ma non è successo.

Il giorno della cerimonia siamo entrati a piedi nella foresta, e gli alberi erano così piccoli che avevano dovuto legarci un nastro azzurro per evitare che li calpestassimo. Il sindaco di Oslo ha tenuto un discorso, la guardia forestale ha tenuto un discorso, io ho tenuto un discorso, poi ho consegnato la mia scatola chiusa. Adesso si trova nella nuova biblioteca di Oslo, nella sala mirabilmente progettata della Future Library, e se ne può vedere soltanto il titolo.

Se tutto va secondo i piani, il mio testo verrà letto da lettori che non sono ancora nati, come non sono nati i loro genitori. Il progetto ha attirato l’attenzione di gente di tutto il mondo – in parte, penso, per via dei tanti livelli di speranza a cui dà corpo. Presuppone che fra cent’anni Oslo esisterà ancora. Che ci sarà ancora gente. Che la gente sarà capace di leggere. Che la gente proverà il desiderio di leggere. Che ci sarà una Biblioteca. Che la foresta crescerà. Che qualcuno saprà ancora produrre carta. Capite bene quante cose possono andare storte, e perciò quanta speranza comporti il progetto: davvero tanta.

A volte mi chiedono cosa si prova ad aver scritto qualcosa che nessuno leggerà prima che io sia morta. Ogni tanto li intimorisco rispondendo: «Come fate a sapere che sarò morta?». Più spesso dico: «È la stessa cosa che succede adesso, tranne che lo scarto temporale è maggiore». Non si può mai sapere chi potrà leggere il tuo libro, o dove, o quando. Non si può mai sapere chi sarà il Caro lettore.

Un altro aspetto italiano dei miei due anni di Covid-19 è stato, naturalmente, il Decameron di Giovanni Boccaccio. Come sapete, questa raccolta di novelle così importante fu scritta subito dopo la Peste – la Morte nera che si scatenò a metà del XIV secolo e uccise fra uno e due terzi della popolazione europea. Dopo aver subito tremendi lutti in famiglia, dieci giovani si ritirano in una villa nei dintorni di Firenze e raccontano delle storie – cento, nel complesso – rielaborate dal Boccaccio a partire da storie preesistenti.

Nei primi mesi di Covid-19, e soprattutto quando sono iniziati i primi lockdown, editor e scrittori non ci hanno messo molto a ricordarsi del Decameron e a idearne e pubblicarne versioni moderne – in cui narratori isolati intrattenevano altre persone isolate con storie di ogni genere. A me hanno chiesto di scriverne parecchie. La prima volta si è trattato di un racconto direttamente ispirato al Decameron, che ho poi scritto. Ora ve ne parlerò, spiegandovi come l’ho affrontato.

La prima cosa che ho fatto è stata rivisitare il Decameron. Quale novella sarebbe stata il mio punto di partenza? L’ultima del Decameron è La pazienza di Griselda, che ho sempre trovato particolarmente sgradevole. La paziente Griselda, andata sposa a un duca sadico, sopporta da lui ogni sorta di maltrattamento. Che ha lo scopo, si suppone, di mettere alla prova la sua lealtà di moglie. Griselda supera il test, e a quel punto viene presentata come un modello di ciò che dovrebbe essere una moglie – in pratica, un bastone con cui percuotere altre donne meno pazienti e indulgenti di lei.

Prima di raccontare la mia versione della storia ho dovuto prendere le stesse decisioni che deve prendere qualunque narratore di qualunque storia. Primo: chi la narra o la scrive? Secondo: a chi la sta raccontando questa persona, o entità? Terzo: in che maniera verrà esposta? Sarà un romanzo – cioè un’avventura romanzesca –, sarà una commedia, una tragedia, una storia ironica? Sarà una satira? Un melodramma?

Ho scelto di dare una versione alquanto diversa della Pazienza di Griselda. Il narratore è un alieno che ha le fattezze di un polipo, mandato da un altro pianeta a intrattenere dei Terrestri infelici in quarantena – sono loro gli uditori, il pubblico. La storia che viene raccontata non è la Pazienza di Griselda, bensì l’Impazienza di Griselda. Quanto al fatto che sia una satira o una tragedia, lascio che sia il lettore a stabilirlo.

Inizia così.

Avete tutti la vostra copertina? Abbiamo cercato di fornirvele della misura giusta. Scusate se alcune sono straccetti di spugna. Le avevamo esaurite.

E i vostri spuntini? Mi dispiace che non siamo riusciti a cuocerli, come dite voi, però il nutrimento è più completo, senza questa cottura che fate. Se inserite tutto quanto lo spuntino nel vostro apparato ingerente – la bocca, come dite voi – non farete gocciolare il sangue sul pavimento.

Mi dispiace che non siano disponibili spuntini vegani, come dite voi. Non siamo stati in grado di interpretare la parola.

Non siete tenuti a mangiarli, se non volete.

Per cortesia smettetela di bisbigliare, là in fondo. E lei la smetta di piagnucolare, si levi il pollice dalla bocca, Signore-Signora. Deve dare il buon esempio ai bambini.

No, lei non rientra fra i bambini, Signora-Signore. Ha quarantadue anni. Per noi rientrerebbe fra i bambini, ma lei non è del nostro pianeta e nemmeno della nostra galassia. Grazie, Signore o Signora.

Li uso entrambi perché francamente non riesco a capire la differenza. Sul nostro pianeta non facciamo ricorso a soluzioni così limitate.

Sì, lo so che assomiglio a quello che voi chiamate “polipo”, giovane e minuscola entità. Ho visto questi esseri amichevoli in fotografia. Se il mio aspetto vi disturba, potete sempre chiudere gli occhi. Vi consentirebbe di prestare maggiore attenzione al racconto, in ogni caso.

No, non potete lasciare la sala della quarantena. Fuori c’è la pestilenza. Sarebbe troppo rischioso per voi, anche se non lo è per me. Non abbiamo quel genere di microbo, sul nostro pianeta.

Mi dispiace che non ci sia una toilette, come dite voi. Noialtri utilizziamo come carburante tutto il nutrimento ingerito, pertanto non ci occorrono simili ricettacoli. In effetti vi avevamo ordinato una toilette, come dite voi, ma ci è stato detto che scarseggiano. Potete provarci dalla finestra. Ma siamo molto in alto, siete pregati di non tentare di saltare.

Nemmeno io mi diverto, Signore-Signora. Sono stato inviato qui nell’ambito di un programma di aiuti d’emergenza intergalattico. Non ho avuto scelta, non essendo altro che un semplice intrattenitore, dunque di modesta condizione sociale. E questo dispositivo di traduzione simultanea che mi è stato fornito lascia alquanto a desiderare. Come abbiamo avuto modo di appurare, voi non capite le mie battute. Ma come siete soliti dire, mezza pagnotta di farina di grano è sempre meglio di niente.

Ora. La storia.

Mi è stato detto di raccontarvi una storia, e adesso ve la racconterò. Questa è un’antica fiaba del pianeta Terra, o almeno così mi risulta. S’intitola «L’impazienza di Griselda».

C’erano una volta due sorelle gemelle. Erano di modesta condizione sociale. Si chiamavano Paziente Griselda e Impaziente Griselda. Erano di bell’aspetto. Erano Signore, non Signori. Erano soprannominate Imp e Paz, e Griselda era quello che voi definireste il loro cognome.

Mi scusi, Signore-Signora? Signore, dice? Sì?

No, non ce n’era una sola. Erano due. Chi la racconta la storia? Io. Quindi ce n’erano due.

Un giorno, una persona ricca di elevata condizione sociale, che era un Signore e un’altra cosa chiamata Duca, passò di lì in sella a… passò di lì, in sella a… se si hanno gambe a sufficienza, non c’è bisogno di stare in sella a niente, ma il Signore di gambe ne aveva solo due, come tutti voi. Vide Paz che innaffiava… che faceva qualcosa fuori dalla sua casupola, e disse: «Vieni a vivere con me, Paz. La gente mi dice che devo sposarmi, per poter copulare a giusto titolo e dar vita a un piccolo Duca». Non aveva la possibilità di emettere semplicemente uno pseudopode, vedete.

Uno pseudopode, Signora. O Signore. Saprà bene di cosa si tratta! È una persona adulta!

Lo spiegherò in seguito.

Il Duca disse: «So che sei di modesta condizione sociale, Paz, ma è proprio per questo che voglio sposare te, e non qualcuna di elevata condizione sociale. Una Signora di elevata condizione sociale avrebbe delle idee sue, mentre tu non ne hai. Posso comandarti a bacchetta e umiliarti a piacimento, e tu sarai così modesta da non dire né aba. E neanche be. O nient’altro. E se mi respingi, ti farò tagliare la testa».

La faccenda era molto inquietante, per cui Paziente Griselda acconsentì, e il Duca la tirò in sella al suo… Chiedo scusa, ma noi non disponiamo della parola giusta e il dispositivo di traduzione non mi è di alcuna utilità. Sul suo spuntino. Cosa c’è da ridere? Cosa credete che facciano, gli spuntini, prima di diventare tali?

Continuerò con la storia, ma vi consiglio di non infastidirmi oltremodo. A volte mi famabbio. Vuol dire che mi arrabbio per la fame, o che mi viene fame per la rabbia. Una o l’altra cosa. Nella nostra lingua la parola giusta esiste.

Così, col Duca che teneva stretto l’attraente addome di Paziente Griselda di modo che non cadesse giù dal suo… di modo che non cadesse giù, cavalcarono fino al suo palazzo.

Impaziente Griselda aveva origliato da dietro la porta. Quel Duca è un uomo tremendo, si era detta. Ed è pronto a comportarsi malissimo con Paziente, la mia amata sorella gemella. Mi travestirò da giovane Signore e troverò lavoro nella grande sala di preparazione degli alimenti del Duca, in modo da poter tenere tutto sott’occhio.

Così, Impaziente Griselda lavorò come sguattero, come dite voi, nella sala di preparazione degli alimenti del Duca, dove fu spettatrice, o spettatore, di ogni sorta di sprechi – pellicce o zampe scartati senza farsi problemi, immaginate un po’, e ossi che, una volta bolliti, venivano parimenti buttati via – ma gli, o le, capitò anche di udire dicerie di ogni sorta. Molte di queste dicerie riguardavano il malo modo in cui il Duca trattava la sua nuova Duchessa. Era sgarbato con lei in pubblico, la costringeva a indossare abiti che non le si confacevano, la strapazzava, le raccontava che tutte le cattiverie che le faceva erano soltanto colpa sua. Ma Paziente non diceva mai né a né ba.

La notizia lasciò costernata Impaziente Griselda, e allo stesso tempo la mandò su tutte le furie. Pertanto lei, o lui, trovò il modo di incontrare un giorno Paziente Griselda mentre se ne stava avvilita in giardino, allo scopo di rivelarle la sua vera identità. Le due eseguirono un affettuoso gesto corporale, e Impaziente domandò: «Come puoi permettergli di trattarti così?»

«Un ricettacolo per bere liquidi mezzo pieno è meglio di uno mezzo vuoto» rispose Paz. «Ho due bellissimi pseudopodi. A ogni modo, lui sta solo mettendo alla prova la mia pazienza».

«Cioè sta cercando di capire fino a dove può arrivare» disse Imp.

Paz sospirò. «Che alternativa ho? Non esiterebbe a uccidermi, se gliene fornissi il pretesto. Se solo dico beh, lui mi taglia la testa. Il coltello ce l’ha».

«Staremo a vedere» disse Imp. «C’è una quantità di coltelli nella sala di preparazione degli alimenti, e ormai sono piuttosto esperta nel loro utilizzo. Chiedi al Duca se ti concederebbe l’onore di una passeggiata in questo giardino, stasera».

[brano tratto dal racconto di Margaret Atwood "L'impazienza di Griselda" in "Decameron Poject", Enne Enne Editore, 2021]

Questa è la prima parte del racconto. Se vi venisse voglia di scoprire cosa succede in seguito, io avrei svolto con successo la mia funzione di narratrice, perché la principale domanda che si pongono gli ascoltatori e i lettori delle storie è: Poi cosa succede? Nel senso più ampio, certamente.

Per Boccaccio la fonte della novella di Griselda è la stessa di tanti altri suoi racconti: il folklore preesistente. Boccaccio la rielaborò e la inserì nel Decameron. Anche Chaucer la utilizzò in Inghilterra, e lo stesso fece Perrault in Francia; e adesso l’ho usata anch’io, in maniera un po’ diversa. È così che viaggiano e si trasformano le storie e, se smettessero di farlo, morirebbero.

Cosa penserebbe Boccaccio della mia versione, se fosse ancora vivo? Visto che anche lui amava le storie di gente che architetta scherzi e inganni ma riesce a farla franca, mi piace pensare che approverebbe. In ogni caso, forse più di quanto non approverebbe Ovidio… perché siamo più simili per temperamento. Comunque sono entrambi le mie guide spirituali. Perciò vi ringrazio, stimato Ovidio e caro Boccaccio. Non sarò l’erede che vi sareste aspettati – per non dire di più -, specialmente nelle altre mie sembianze, quelle di un alieno ottopode e carnivoro venuto dallo spazio – però sono l’erede che vi è toccata. Adesso, per lo meno. Sono certa che avrete molti altri discendenti letterari.

Signore e Signori, mi ha fatto molto piacere stare fra voi.

Grazie ancora.

Traduzione di Guido Calza
© 2021 Margaret Atwood
Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata / All rights reserved. Reproduction prohibited

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