Il volume “Opere di Mario Lattes” (Olschki editore)

Il volume "Opere di Mario Lattes" (Olschki editore)

Opere di Mario Lattes (Olschki) in libreria dal 3 maggio 2021
scritti editi e inediti, per la prima volta insieme, a 20 anni dalla morte

Tre volumi diretti da Giovanni Barberi Squarotti e Mariarosa Masoero
raccolgono romanzi, racconti, poesie, opere teatrali, articoli e la tesi di laurea

Cartella stampa:
Comunicato stampa
Biografia Mario Lattes
Biografia curatori

Tre volumi in cofanetto, per far conoscere il complesso degli scritti, editi e inediti di Mario Lattes (1923-2001), a vent’anni dalla morte, e considerare per la prima volta nella sua effettiva estensione e nel suo rilievo la presenza di Lattes nella scena letteraria del secondo Novecento. È l’insieme di Opere di Mario Lattes, pubblicato da Leo S. Olschki Editore, in libreria dal 3 maggio 2021, fortemente voluto da Caterina Bottari Lattes, che nel 2009 ha creato la Fondazione Bottari Lattes per portare avanti iniziative ispirate al lascito culturale dell’autore e promuovere presso il grande pubblico l’ampio patrimonio delle sue opere. Editore, pittore, incisore, scrittore, collezionista e animatore culturale, Lattes fu un intellettuale dai molteplici interessi e dalla personalità eclettica, testimone lucido e anticonformista del suo tempo, capace di misurarsi con l’arte, la letteratura, l’editoria e la promozione culturale.

Opere di Mario Lattes, la cui edizione è diretta da Giovanni Barberi Squarotti e da Mariarosa Masoero, a vent’anni dalla morte dell’autore, raccoglie numerosi testi di Lattes che erano andati dispersi nel corso degli anni e un corpus importante di materiale inedito, riuniti grazie a un’attenta revisione portata avanti secondo criteri filologici, anche sulla base delle carte autografe conservate negli archivi personali (recentemente riordinati e tutelati dalla Soprintendenza), conservati presso la casa editrice Lattes e la Fondazione Bottari Lattes.

I tre volumi comprendono: 6 romanzi (La stanza dei giochi del 1959, l’inedito L’esaurimento nervoso scritto tra il 1964 e il 1965, Il borghese di ventura del 1975, L’incendio del Regio del 1976 candidato al Premio Strega 1977, L’amore è niente del 1982, Il Castello d’Acqua uscito postumo nel 2004 e ora pubblicato nell’ultima redazione messa a punto dall’autore), più di 60 racconti (tra cui la raccolta Le notti nere), le poesie, 2 opere teatrali, la tesi di laurea Il Ghetto di Varsavia e i tanti articoli, saggi e recensioni scritti da Lattes per diverse testate italiane, fra le quali La Gazzetta del Popolo e la rivista da lui fondata, Questioni. Una produzione letteraria che spazia tra diversi generi letterari e si fonda su un autobiografismo sui generis, nel quale il grigiore e l’apatia della quotidianità si mescolano alle distorsioni del sogno, della memoria e del ricordo. A una minuziosa e accurata descrizione della realtà esteriore fanno da contraltare sogni e ricordi che proiettano la narrazione in un orizzonte simbolico e universale.

Ogni volume è accompagnato da immagini di riproduzioni di appunti, manoscritti, dattiloscritti e lettere di Mario Lattes, in cui schizzi di disegni arricchiscono il contenuto, oltre che di opere pittoriche selezionate tra quelle che più hanno attinenza con i temi dei testi affrontati negli scritti.

Il progetto editoriale che ha portato alla realizzazione dei tre volumi è il frutto del lavoro di squadra di docenti e studiosi membri del Comitato scientifico per l’Edizione delle Opere di Mario Lattes: Mariarosa Masoero, che, oltre alla direzione editoriale, ha curato la sezione Poesie; Giovanni Barberi Squarotti, che, oltre alla direzione editoriale, ha curato la sezione Racconti; Loris Maria Marchetti, che ha curato l’introduzione e il commento al romanzo Il Castello d’Acqua; Gioele Cristofari, che ha curato il testo del romanzo Il Castello d’Acqua; Alessandro Botta, che ha curato la sezione Scritti giornalistici, saggi e contributi critici; Simona Dinapoli, che ha curato la biografia e la bibliografia di Mario Lattes; Luca Federico, che ha curato l’introduzione, il testo e le note del romanzo La stanza dei giochi; Giacomo Jori, che ha curato la pubblicazione della tesi Il ghetto di Varsavia; Damiano Moscatelli, che ha curato l’introduzione, il testo e le note del romanzo L’amore è niente; Stefano Penna, che ha curato l’introduzione, il testo e le note del romanzo Il borghese di ventura; Fulvio Pevere, che ha curato l’introduzione, il testo e le note al romanzo L’esaurimento nervoso; Moreno Savoretti, che ha curato la sezione Opere teatrali e introduzione, testo e note del romanzo L’incendio del Regio.

Opere di Mario Lattes si inserisce tra le iniziative e i progetti che celebreranno nel 2023 i 100 anni dalla nascita di Lattes, la cui vita e la cui opera rappresentano un unicum nel panorama culturale del secondo Novecento non solo piemontese, e i 130 anni dalla nascita della casa editrice Lattes, fondata nel 1893 a Torino dal nonno di Mario Lattes. Come avvicinamento alle celebrazioni del centenario, la Fondazione Bottari Lattes ha intanto inaugurato un viaggio tra le opere pittoriche di Mario Lattes con la mostra “I mondi di Mario Lattes #1” allestita nella sede di Monforte d’Alba, esponendo per la prima volta alcuni dipinti recentemente acquisiti da collezionisti privati.

Dall’introduzione a Opere di Mario Lattes di Giovanni Barberi Squarotti:

«Attraverso le carte dell’archivio si è aperta la porta del laboratorio dello scrittore ed è stato possibile riportare alla luce una serie importante di inediti: alcuni racconti e alcuni scritti di carattere saggistico, un manipolo di poesie, i testi e gli abbozzi teatrali, ma soprattutto due romanzi, L’esaurimento nervoso (scritto nel 1964-65), che riempie la casella degli anni Sessanta, e Il Castello d’Acqua (quest’ultimo, in realtà, pubblicato postumo nel 2004, ma in una redazione intermedia, e ora restituito in quella che è sicuramente l’ultima stesura licenziata dall’autore). Il quadro è completo. E al suo interno si possono cogliere fasi, direttrici, linee di sviluppo, elementi di continuità e ripensamenti. È evidente, per esempio, che il rifiuto dell’Esaurimento nervoso da parte degli editori a cui fu offerto determina una riflessione sulle implicazioni e sulla funzione della dominante autobiografica e mette capo ai romanzi degli anni Settanta, Il borghese di ventura e L’incendio del Regio, nei quali al centro non è semplicemente la coscienza in sé e l’interiorità nella sua evidenza per quanto lacerata, ma il conflitto fra l’io e la storia o fra l’io e l’evoluzione della società e dei costumi. Qualcosa di simile avviene con Il Castello d’Acqua, concepito nei primi anni Ottanta e condannato dal rifiuto di Einaudi: la condanna provoca l’abbandono del piano più strettamente memorialistico – memoria personale o familiare che sia, già a fondamento del primo romanzo, La stanza dei giochi – e apre la strada all’architettura allegorica e metaletteraria dell’Amore è niente (1985).»

«Se dovessimo indicare un fenomeno che contraddistingue i processi compositivi di Lattes e che ricorre con frequenza statisticamente rilevante nelle sue opere, questo è la riscrittura di sé, la riassimilazione del già detto, il travaso da un testo all’altro o da un genere all’altro (specialmente dal racconto al romanzo e viceversa). L’impressione è che alla base ci sia un profondo sedimento di temi archetipici con una forte valenza simbolica e che su questa base la scrittura proceda nel suo percorso di ricerca anche come riformulazione e progressivo avvicinamento.»

cm 17 x 24, liv1560 pp. in 3 tomi con 48 tavole fuori testo a colori
Rilegato in cofanetto –  ISBN 978 88 222 6718 4

APPROFONDIMENTI

La stanza dei giochi

La stanza dei giochi è la storia di Dino, ragazzo ebreo venuto su tra un padre incline alla musica classica e al misticismo, e le lunghe sedute nel salotto della nonna. La sua vecchia città, l’appartamento antico dov’egli trascorre quegli anni, sono i suoi primi, inesauribili giocattoli. Da cui non si staccherà senza trovarsi, di fronte alla vita, sconcertato e inadatto. Alla grande fuga del ’43, seguono il lungo vagare per campagne, grosse bevute di vino, nascondigli. Quando poi tutto finisce non gli rimane – della riottenuta libertà – se non la sconcertante coscienza che la grande vacanza, l’ultima possibilità di giocare, si sia definitivamente conclusa con quegli anni terribili. E un senso amaro di vecchiaia incombente sulla vita troppo difficile.

L’esaurimento nervoso

Nell’Esaurimento nervoso l’anonimo protagonista, trasparente proiezione dell’autore, descrive in prima persona l’evolversi di una malattia nervosa, la cui origine è da lui fatta risalire al trauma incancellabile della morte per parto della madre, che lo porta a una radicale presa di coscienza dell’assurdità del reale, il quale smarrisce progressivamente ai suoi occhi i propri contorni consueti, tramutandosi in un universo dissestato e onirico, avvertito come minaccioso, estraneo e impenetrabile, dove l’io stesso finisce per frantumarsi, perdendo ogni integrità. Il viaggio in Svizzera che il narratore intraprende nella speranza di distrarsi, e che occupa gran parte dell’opera, si svolgerà così interamente in un’atmosfera allucinata, una sorta di erebo umido e nebbioso dal quale egli riemergerà definitivamente prigioniero dei propri fantasmi e delle proprie ossessioni, nella sola consapevolezza dell’insensatezza del mondo.

Il borghese di ventura

Ne Il borghese di ventura, pubblicato da Einaudi nel 1975, l’autore ripercorre in prima persona le tappe del suo peregrinare per l’Italia dall’ottobre 1943, quando, non ancora ventenne, lascia Torino alla volta di Roma, per sfuggire alle persecuzioni nazifasciste, fino alla fine della guerra, annunciata dalla notizia dell’armistizio tra la Germania e gli Alleati. La narrazione storica e autobiografica si palesa come pretesto per lo scavo nelle profondità della condizione umana – vero centro del romanzo – sviluppandosi attraverso un intreccio di riflessioni, ricordi, simboli in cui, talvolta, i confini tra reale e surreale risultano sfumati. Il conflitto offre al protagonista-narratore l’occasione per esplorare il mistero dell’esistenza, penetrandone i recessi più lontani e oscuri, in cerca di quell’identità che egli crede esista solo al di sotto delle forme convenzionali. La sua, però, è una ricerca dall’esito tragico, perché approda all’unica conclusione che una vita al di fuori delle forme convenzionali è impossibile; perciò, conclusa la «grande vacanza» della guerra, a lui toccherà rientrare negli abiti consueti e orientare la propria vita verso uno scopo, come impone la norma.

L’incendio del Regio

Pubblicato da Einaudi nel 1976, L’incendio del Regio mette in scena la tragica esistenza del protagonista, alter ego dello stesso Lattes, che non riesce a ritrovare una serena quotidianità dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il ricordo iniziale dell’incendio che nel ’36 distrusse il Teatro Regio di Torino accende il flusso dei ricordi, che si confondono e si alternano con il presente, i sogni a occhi aperti, le riflessioni, le fantasticherie. Un flusso avvolgente e ipnotico che scardina qualsiasi convenzione narrativa e si condensa in un continuum affabulatorio denso e magmatico, oggettivazione della condizione esistenziale del protagonista: un uomo che non soltanto non sa adattarsi al mondo circostante, ma che in fondo non ha neppure il desiderio di farne parte. Prigioniero di un’esistenza divisa tra la mediocrità del lavoro alla «Gazzetta Stenografica» e il rapporto sempre più degradato con la moglie Lu (di cui accetta la dipendenza dall’alcol e le continue infedeltà), non gli resta che rifugiarsi nella rassicurante ripetitività di gesti quotidiani spesso assurdi e ancor più nella dimensione interiore dell’immaginazione, dove, tra incontri e viaggi surreali, prendono corpo sogni e desideri e trovano sfogo le pulsioni più inconfessabili.

L’amore è niente

Il romanzo L’amore è niente è incentrato sulle vicende e, soprattutto, sui pensieri dell’anonimo protagonista, un piccolo borghese, proprietario di un negozio di ottica e scrittore con velleità di pubblicazione. L’avanzare della narrazione corrisponde allo svelamento progressivo di un soggetto scisso e allucinato, che richiede un allontanamento e un contestuale sdoppiamento nel personaggio di Nathan Glazer, inventato dal protagonista stesso, come se soltanto l’osservazione potesse mettere l’io narrante nelle condizioni di raccogliere qualche indizio per un’autodefinizione identitaria. Il lettore si trova, così, immerso nei pensieri del narratore e nella sua realtà diffidente, incerta e inaffidabile, osservando il dipanarsi di alcuni nuclei diegetici fondamentali: un matrimonio concluso malamente, la scrittura di un romanzo incoerente ma potenzialmente rivelatore, una pseudo-storia d’amore con una conduttrice televisiva, prefigurazione simbolica del nostro sistema consumistico e delle contraddizioni della nostra cultura dell’apparenza.

Il Castello d’Acqua

È la storia di una famiglia della borghesia ebraica torinese attraverso le vicende di tre generazioni, dal 1911, anno dell’Esposizione Universale di Torino celebrativa del cinquantennio dell’unificazione italiana, agli anni Settanta. Nel progresso della narrazione – che ingloba avvenimenti storici come la Prima guerra mondiale, l’età fascista, la legislazione antisemita, il secondo conflitto mondiale, la nuova società italiana che nasce – il racconto si accentra sull’ultimo membro maschile della famiglia (proiezione autobiografica dell’Autore), conservando nella città di Torino il teatro principale, se pur non unico, degli avvenimenti. Il Castello d’Acqua, «grande fontana destinata a innalzarsi lassù sulla collina, tra due campanili con la statua della Patria in mezzo: meraviglia di domani, quando dai suoi cento getti, cascatelle, rivoli serpeggianti, illuminati, elettricamente, sarebbero piovuti – spettacolo indimenticabile – smeraldi zaffiri e rubini di luce», simboleggia la fede nella forza di una civiltà e di una cultura fondate sui valori ottimistici del Positivismo (che la Grande Guerra distruggerà). Ma l’acqua è pur indice di mutamento, di fuga, è l’elemento che scorre, che non dà stabilità, che passa e tutto trascina e travolge, anche – metaforicamente – valori morali, speranze, sentimenti. Il condominio ultramoderno degli anni Settanta, che, nel capitolo conclusivo, fa pendent al Castello d’Acqua mostrando (non senza un tocco ironico) «prestigio e armonia», segnala un contesto sociale e culturale rovesciato e stravolto, contraddittorio, incerto, un mondo dove il benessere e l’opulenza (con la loro volgarità e superficialità) non sembrano sufficienti a sanare le percosse della vita e della storia, il bruciore delle delusioni e delle perdite, le ferite dello spirito, il vuoto dell’anima accumulatisi nei decenni.

I racconti

La produzione narrativa breve di Mario Lattes è ricostruita in tutta la sua estensione, che comprende, oltre all’unica raccolta pubblicata (Le notti nere), i numerosi racconti dispersi, usciti su rivista o su quotidiano (in particolare sulla Gazzetta del Popolo), e alcuni testi inediti ritrovati nell’archivio dello scrittore. L’esercizio sul racconto per Lattes è sicuramente un banco di prova per il romanzo, ma è anche vero che nella forma breve lo scrittore trova la possibilità di un’ampia e libera sperimentazione di generi: il racconto a base memoriale e autobiografica, il racconto di viaggio, la tranche de vie urbana o di provincia, il ritratto satirico, il poliziesco e soprattutto il racconto fantastico con venature surrealiste. Grande la varietà anche per quel che riguarda i temi e le attitudini della scrittura, sia pure entro il raggio che circoscrive l’esperienza narrativa di Lattes: l’incombenza della morte, il personaggio «senile», che rinuncia a vivere o, meglio, aspira a vivere come se fosse morto, la necessità alienante di portare una maschera o di travestirsi per vivere, l’ironia del tono e della rappresentazione, anche divertita ma per lo più amara e ombrosa, il ricorso al linguaggio colloquiale accanto a forme decisamente auliche e ricercate.

Le poesie

Le poesie di Mario Lattes, documento di una produzione marginale, se paragonata a quella narrativa, ben più corposa e variegata, sono esemplari di quella faticosa ricerca, esistenziale e creativa, sottesa a ogni suo tratto di penna e di pennello. Poesia e pittura sofferte, insomma, nelle quali Mario Lattes non smette per un attimo di raccontarsi. I vari componimenti, scritti dapprima a mano, poi corretti e ricorretti, indi dattilografati per essere corretti ancora, testimoniano un lavoro che va ben oltre l’appunto intimo, il soggettivismo lirico, il semplice sfogo, il sogno che si fa memoria, il ricordo che acquista contorni onirici. Nella presente edizione le poesie sono state suddivise in tre sezioni: la prima comprende le poesie pubblicate dall’autore in volume (due le raccolte da lui licenziate); la seconda quelle uscite su rivista o in cataloghi, secondo l’ordine di pubblicazione; la terza i molti componimenti inediti.

Le opere teatrali

La produzione teatrale di Mario Lattes, finora inedita, si compone di un abbozzo di poche scene, a cui è stato attribuito il titolo redazionale [Il condominio], e dell’atto unico La testa.

Ne [Il condominio] Lattes recupera lo schema tipico della commedia antica e cinquecentesca dei due innamorati contrastati nel proprio amore dall’opposizione paterna, innestandovi il motivo, inconsueto, della gelosia da parte del giovane per la presunta infedeltà della ragazza.

I materiali superstiti di questo probabile esercizio giovanile rimasto incompiuto vengono recuperati dopo la metà degli anni ’70 e rifusi ne La testa. La vicenda, che si svolge nel nuovo appartamento acquistato dai due protagonisti, Baldo e Alda, si pone fin da subito sotto il segno dell’incomunicabilità, efficacemente rappresentata nei dialoghi surreali tra Baldo – ennesima figura di inetto della galleria lattesiana – e i vari personaggi che si alternano sulla scena, e di cui lui solo pare cogliere l’assurdità. Incomunicabilità che caratterizza anche il rapporto fra i due coniugi, un rapporto apparentemente sereno, da perfetta coppia borghese, ma che poco alla volta mostra il proprio lato nascosto: l’atteggiamento passivo di Baldo di fronte alle osservazioni sempre più incalzanti della moglie fanno emergere un sostrato di insoddisfazioni e incomprensioni, la cui origine risiede nella deformità fisica dell’uomo, incarnazione al tempo stesso reale e metaforica di un legame con il passato che Alda non è più disposta ad accettare.

Il Ghetto di Varsavia

Il Ghetto di Varsavia, scritto nella seconda metà degli anni Cinquanta e rimasto inedito per mezzo secolo, è il primo e a tutt’oggi più completo studio sul Ghetto di Varsavia scritto da un autore italiano. È la toccante ricerca di uno scrittore che si interroga sul suo destino di ebreo, nonché di uomo e artista del suo tempo. Il volume ripercorre i tragici avvenimenti di quel periodo, dalla resa di Varsavia, 1939, ai massacri dell’aprile ’42, facendo riferimento alle voci delle vittime, in testimonianze inedite, e ai documenti dei carnefici. Lattes fu il primo in Italia e fra i primi al mondo a servirsi delle fonti storiche conservate negli Archivi di Varsavia. L’introduzione di Giacomo Jori dà conto della mancata pubblicazione, all’inizio degli anni Sessanta, presso Einaudi. Il volume è uscito per la prima volta nel 2015 a Lugano, presso le Edizioni Cenobio.

Scritti giornalistici, saggi e contributi critici

La sezione ripercorre due filoni probabilmente meno noti dell’attività di Mario Lattes scrittore: l’impegno giornalistico e l’attività di scrittura destinata a cataloghi di eventi espositivi. A partire dal 1949, Lattes incomincia a scrivere per riviste e quotidiani nazionali, occupandosi prevalentemente di questioni legate alle arti figurative. Un impegno che lo vede esordire sulla rivista triestina «Vernice. Rassegna d’arte», per approdare pochi anni più tardi all’importante settimanale culturale «La Fiera letteraria», proseguendo poi sulle pagine del quotidiano torinese «Gazzetta del Popolo» sino agli anni ‘70. Le occasioni della scrittura – al di là delle circostanze giornalistiche – rappresentano una costante anche nel suo percorso di artista. Nei cataloghi delle sue mostre Lattes affianca alla produzione di pittore brevi ritratti autobiografici, riflessioni legate a specifici argomenti o ricordi della Torino del dopoguerra. Accezioni per nulla marginali, che mostrano quanto l’urgenza narrativa si possa, per Lattes, esplicitare complementarmente, attraverso espressioni e linguaggi differenti.

               

           

La Fondazione Bottari Lattes

La Fondazione Bottari Lattes è nata nel 2009 a Monforte d’Alba (Cn), dalla volontà di Caterina Bottari Lattes. Ha come finalità la promozione della cultura e dell’arte e l’ampliamento della conoscenza del nome di Mario Lattes (1923-2001) nella sua multiforme attività di pittore, scrittore, editore e animatore di proposte culturali. Porta avanti iniziative di studio e di ricerca culturale, curandole direttamente o in collaborazione con altri enti o istituzioni, e organizza progetti e appuntamenti culturali. Tra le principali attività: il Premio letterario internazionale Lattes Grinzane, il Premio biennale Mario Lattes per la Traduzione, mostre di arte e fotografia, i progetti per le scuole come Vivolibro, i convegni.

All’interno della sede della Fondazione Bottari Lattes, in via Marconi 16, a Monforte d’Alba, è stato istituito il nuovo Centro Studi Mario Lattes, un luogo di ricerca e di approfondimento di tutte le attività che ruotano attorno alla figura di intellettuale, scrittore, artista ed editore di Lattes e che riunirà: la Biblioteca Mario Lattes, l’Archivio delle carte di Mario Lattes e di altri fondi documentali in possesso della Fondazione e la Quadreria dei dipinti Mario Lattes. Il centro Studi opererà in sinergia con il Ministero della Cultura, le Università e tutte le Istituzioni culturali che nel tempo verranno coinvolte dalla sua programmazione, in modo da costruire un ecosistema di alto valore scientifico e culturale capace di fare rete su tutto il territorio nazionale e di collaborare con Istituzioni internazionali.

Al primo e al secondo piano della Fondazione è allestita la mostra I mondi di Mario Lattes #1, la prima tappa di un viaggio artistico attraverso i dipinti di Lattes, molti dei quali mai esposti prima, che sono stati acquisiti di recente a collezionisti privati per arricchire e rendere il più completo possibile il patrimonio dell’archivio.

Nel 2017 la Città di Torino-Presidenza del Consiglio Comunale ha intitolato a Mario Lattes i giardini pubblici di Piazza Maria Teresa, come riconoscimento all’impulso culturale profuso da Lattes nei suoi tanti impegni e iniziative portati avanti nel capoluogo piemontese.

Casa editrice Leo S. Olschki
055 6530684 – info@olschki.it WEB www.olschki.it
Ufficio stampa: Serena Ruffilli pressoffice@olschki.it

Fondazione Bottari Lattes
0173.789282 – segreteria@fondazionebottarilattes.it, book@fondazionebottarilattes.it
WEB fondazionebottarilattes.it | FB Fondazione Bottari Lattes | TW @BottariLattes | YT FondazioneBottariLattes
Ufficio Stampa: Paola Galletto pao.galletto@gmail.com, galletto@fondazionebottarilattes.it 340.7892412

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